giovedì 8 settembre 2011

I Pagliacci Trama



Pagliacci  
                 di  Ruggero Leoncavallo andata in scena il 30-10-2010 al Teatro Franco  Zappalà è stata  recensita   già nel  
                     precedente post, ma solo ora  posso narrarne, velocementela trama.
    Ruggero  Leoncavallo oltre ad aver composto      
    La musica è anche l’autore  del libretto, 
           Rappresentata    la prima volta  il 21 maggio1892 a Milano al Teatro Dal Verme 
 
 L’opera  è’ispirata ad  un tragico fatto di cronacarealmente accaduto in Calabria  quando il compositore  era bambino e di cui si occupò suo padre ,il magistrato che istruì il processo che vide la condanna dell’omicida. Anticipiamo che Leoncavallo apparteneva a un gruppo di operisti

italiani tra  l'ultimo decennio dell’800 e i primi del 900 di cui faceva parte anche Pietro Mascagni,  autore della 
Cavalleria Rusticana” di cui parleremo

 in seguito, A tale gruppo fu dato il nome 
di Giovane scuola e i musicisti più rappresentativi furono : 
Questi   applicarono nell’ambito musicale, in parte, la corrente
letteraria del verismo, anche se taluni tendendo a negare, ciò
inseriscono ne la giovane scuola  il nome di Lorenzo Perosi, autore
solo di musica sacra. ma che
fu molto stimato da Giacomo Puccini.    
Come personale  giudizio, quelli che tra questi più si distinguono
 quali  compositori  veristi sono i primi tre.
Torniamo, quindi, all’opera.

PROLOGO,

A sipario ancora chiuso Tonio, attore della compagnia teatrale  protagonista
dell’opera, in costume da Taddeo, personaggio che interpreterà nello
spettacolo inserito nello spettacolo, si presenta come il Prologo, uscendo
dallo spiraglio della tela. Col suo discreto”Si può, si può?”presenta più
che l’opera l’autore stesso col suo modo d’intendere e quella
Giovane scuola di operisti a cui apparteneva. -
“Si può, si può?” il discreto Tonio
In questo momento non è un personaggio, è il PROLOGO, la prefazione
di un libro o meglio la presentazione dell’evento da parte di chi è estraneo
 alla vicenda e che non ha nessuno che lo introduca ne un personaggio ne un evento.
“Signore! Signori!... Scusatemi
se da sol me presento. Io sono il prologo:”
e da qui esegue il  credo verista dell’autore, si dice proprio inviato da questo
Ma non per dirvi come pria: «Le lagrime
che noi versiam son false! Degli spasimi
e de' nostri martir non allarmatevi!»
Questa è la tragica filosofia verista quella di metter il pubblico direttamente di fronte la realtà anziché far compiere a questi lo sforzo, che mai farebbe, per tradurre il puro diletto in insegnamento.Questo passo ci deve ricordare l’epigrafe scritta su la porta del teatro
Massimo .” vano delle scene il diletto ove non miri a preparar l’avvenire”Concludendo volge un monito al pubblico l’invita  a considerare gli attori più  che per i loro costumi per le loro anime che non son diverse da gli altri.
  “E voi, piuttosto che le nostre povere
gabbane d'istrioni, le nostr'anime
considerate, poiché noi siam uomini
di carne e d'ossa, e che di quest'orfano
mondo al pari di voi spiriamo l'aere!
Il concetto vi dissi... Or ascoltate
com'egli è svolto.
(gridando verso la scena)
Andiam. Incominciate!”
           Rientra e la tela si leva.

 

Prologo Piero Cappuccilli 

A  Montalto Uffugo, in Calabria, arriva una compagnia di attori
Girovaghi per allietare i paesani con una rappresentazione.
Questo sorta di carro dei Tespi viene accolta festosamente dai paesani che gioiscono pPer la novità che fanno anche qualche apprezzamento  su Nedda la bella moglie di Canio, capo della compagnia. Un  allusione, al fatto che Tonio  non  lo segua a ” bevereun buon bicchiere” invitando a precederlo, spinge Canio a chiarire questo delicatissimo argomento e rivolgendosi a tutti canta Un tal gioco, credetemi, è meglio non giocarlo……”
nell’ascoltarlo Nedda che non è la moglie che il marito crede, si sente Confusa .  
Le  allusioni dei contadini non erano del tutto infondate poiché Tonio Rimasto solo con Nedda comincia a corteggiarla, ma ne è respinto.Allontanatosi Tonio,  ecco arrivare una vecchia conoscenza di Nedda, anzi qualcosa di più, l’intediamo  dal tono confidenziale dell’incontro.                                                                                                                                  Silvio, spavaldo campagnolo, già riamato dall’attrice che  prima l’accoglie  con timore,dato il tono del discorso fatto da Canio,
in precedenza, ma poi cede alla corte  e decidono di fuggire insieme nella notte. Al momento in cui Silvio
si allontana o come è scritto nel libretto: scavalca un muricciolo
Ecco giungere Canio, avvisato dal respinto Tonio , che furente,
si scaglia contro quell’ombra che non conosce ne può distinguere nell’oscurità. Vuol a tutti i costi, dalla moglie, il nome del suo amante, lei si rifiuta e  scoppia una lite. 
La calma è quasi imposta da PEPPE che invita Canio
a prepararsi per la recita e Tonio ad andare alla cassa perché il pubblico arriva! Canio, quasi delirante, deluso, triste deve sforzarsi a recitare, così  Veste la giubba e si impone: “Ridi, Pagliaccio” “Ridi del duol che t'avvelena il cor!”
Vesti la giubba

2

II ATTO

Dopo l’Intermezzo

La trama della commedia che la compagnia che Canio mette in scena riflette, guarda caso,il suo dramma personale, questi  impersona, Pagliaccio,un marito tradito dalla sposa Colombina con Arlecchino suo corteggiatore questo canta una serenata all’amata.
Ko-Mula-Chorégies d'Orange
Poi  entra in scena il marito e a questo punto gradualmente la commedia si va confondendo con la realtà. Pagliaccio e Canio vivono lo stesso dramma e gli spettatori stessi non capiscono
se stanno assistendo a una finzione scenica o una dura realtà.  
Peppe comprende che il copione non viene del tutto rispettato maTonio gli impedisce d’intervenire,  la sua vendetta si sta attuando! La commedia giunge  al punto in cui, nella realtà Peppe ha interrotto la lite tra Canio e Nedda, ora però non può intervenire tra Pagliaccio e Colombina. Di fronte all’ultimo rifiuto di questa di rivelare il nome del suo amante, Canio sotto le vesti di Pagliaccio l’uccide.  
Silvio accorso  per soccorrerla  si svela e cade anche lui  trafitto dalle  coltellate di Pagliaccio che con fare ironico e beffardo esclamerà: "la commedia è finita!".
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Il personaggio chiave dell’opera è l’artefice del dramma: Tonio, appare come un Rigoletto solo, difforme, povero anch’esso e con la stesso complesso d’inferiorità e voglia di vendetta. Lancia  così il seme dell’odio nel cuore di
Canio mostrandogli la prova del tradimento  e purché si compia quella sua vendetta, concepibile solo in una mente frustrata,
frena il generoso Peppe che accortosi dell’anomalia della recita vorrebbe intervenire,Il  focoso impulsivo Canio diviene vittima della sua stessa passionalità e sete di vendetta. La  prima e stolta colpevole è proprio la donna che agisce con una testardaggine superiore  alla passionalità del marito. La morale, però,  non è da cercarsi in ciò che appare, bensì in ciò che manca: l’assenza di buon senso e d’Amore.
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